[Varia] La (presunta) morte annunciata degli eBook

- Apocalisse digitale e uomini di Cro-Magnon -

di Carlotta Colarieti, 29 settembre 2015

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«Crollo delle vendite e riscoperta della carta: addio al lettore digitale» così titolava un articolo apparso su laRepubblica a firma di Raffaella De Santis, il 24 settembre scorso. Un segnale sconcertante e di chiara inversione di tendenza soprattutto a fronte dei bilanci – citati anche nello stesso articolo – che registravano che «tra il 2008 e il 2010 le vendite di eBook erano aumentate del 1260 per cento». Un pezzo, quello di laRepubblica, che riprendeva una notizia già apparsa su The New York Times, e che trovando da subito facile condivisione su tutti i social e su molti blog autorevoli, sembrava lasciare poco spazio, sin dal titolo, a scenari alternativi.

Il ragionamento proposto dall’articolo è semplice, forse anche un po’ troppo: i dati dicono che i lettori digitali sono in calo, «al momento la vendita dei libri di carta di Penguin Random House rappresenta il 70 per cento del commercio complessivo» e si dice che la generazione dei nativi digitali «va al mare mettendo un romanzo cartaceo nella borsa», ergo la lettura digitale è destinata al fallimento.

E invece no, perché l’articolo di Raffaella De Santis si conclude in maniera quanto meno inaspettata, accennando frettolosamente a misteriose ipotesi riguardanti un futuro, non troppo remoto, in cui gli e-reader perderanno terreno in favore degli smartphone. Colpo di scena: la premonizione conclusiva smentisce il resto dell’articolo, il quale, riccamente condito di dati statistici di cui non ci è dato sapere la provenienza, riferiva di come «l’apocalisse digitale» fosse stata scongiurata.

Anche volendo sorvolare sull’assenza di qualche elemento e pur determinati a evitare ogni atteggiamento sospettoso di fronte a un discorso che ci pareva molto strano, non abbiamo resistito e ci siamo informati di più sulla questione.

In realtà non è stato molto difficile imbattersi subito in un articolo che ha risposto esaurientemente a tutti questi interrogativi. Su Fortune, nel suo articolo intitolato No, e-book sales are not falling, despite what publishers say, Mattew Ingram invita a prendere in esame altri elementi per un’analisi più realistica di quella denunciata dal New York Times.

Ingram infatti afferma che i dati sulla caduta delle vendite degli eBook presi in considerazione nell’articolo di The New York Times e da molte altre testate, sono relativi solo agli editori della AAP (Association of American Publishers), il loro bilancio di vendita e quindi il bilancio di vendita degli eBook di soli 1200 editori tradizionali è stato assurto a parametro generale per definire la situazione di tutta l’editoria digitale americana.

L’articolo non manca poi di informare che la vendita di eBook da parte degli editori indipendenti è in aumento, mentre le vendite di eBook degli editori “tradizionali”, che mantengono prezzi percepiti come troppo alti, sono in netto calo. In generale, comunque, la vendita degli eBook sta aumentando dell’1% l’anno.

Per Fortune dunque, il quadro presentato da The New York Times non solo non sarebbe affidabile perché evita di comunicare in maniera chiara che non è il mercato dell’editoria digitale a essere in calo, bensì le vendite di una parte degli attori che vi intervengono, ma anche perché rappresenta una certa abitudine alla sciatteria giornalistica. Infatti, la notizia si è diffusa – errata – a macchia d’olio su molte altre testate, proprio come in Italia.

Alle conclusioni di Mattew Ingram su Fortune, ben più stimolanti e costruttive della stampa del tutto bianco o tutto nero, bisogna aggiungere il fatto che schierarsi dalla parte della carta, (perché io, l’odore della carta…) definendo la venuta degli eBook un’«apocalisse digitale» con la stessa diffidenza propria dell’uomo di Cro-Magnon davanti a un tostapane non sembra rappresentare il più moderno degli approcci. D’altra parte, appare ridicola anche la battaglia di tutti quegli oltranzisti del digitale che ignorano la sopravvivenza di realtà cartacee di grande valore.

Dunque? In medio stat virtus? Non sempre. Ma in questo caso basterebbe semplicemente ricordarsi che un libro è un libro.

 

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