[Varia] Dall’eBook al diritto d’autore

- Internet, il motore di un cambiamento già in atto -

di Ivo Riccio, 13 agosto 2015

eBokk in Italia e proprietà intellettuale in Internet

Partecipando alla tavola rotonda all’Elba BookFestival dedicata al tema “Digitale vs Cartaceo”, di come cioè le due modalità di fruizione dei contenuti siano trattate, quali modelli di business, quali scenari e quali (nuovi) pubblici attirare, mi sono venute in mente alcune riflessioni su due aspetti in particolari: eBook e diritto d’autore.

Al tavolo, a discutere del tema, c’erano Daniele Manca (vicedirettore del Corriere della Sera), Alberto Forni (scrittore, giornalista, blogger), Roberto Caso (Università degli Studi di Trento), Giulia Iannuzzi (Università degli Studi di Trieste). Moderati da Giorgio Rizzoni (referente del progetto comunEbook). Tutti hanno portato esempi e soprattutto la loro idea di cosa Internet può fare o non deve fare.

Da una parte la lettura su schermo, gli eBook, dall’altra l’evoluzione della tutela dell’opera di ingegno che, nell’era del bit, diventa sempre più complessa perché una volta online tutto è replicabile.

Nel primo caso una delle preoccupazioni era rivolta alla sempre più forte tendenza a realizzare prodotti in digitale. Questo grazie alla facilità con la quale si possono distribuire i prodotti editoriali così fatti, ma soprattutto per l’abbattimento dei costi.

Da qui il punto centrale: gli eBook vengono letti o no?

Per carità il problema dei pochi lettori c’è sempre stato, in Italia come altrove, sarà per colpa dei prezzi o per cultura, sono sempre pochi gli italiani che leggono. Online oppure no.

La situazione vede uno scenario stabile dove i lettori “forti” (quelli che leggono almeno un libro al mese) sono sempre rimasti intorno al 14% della popolazione, con punte del 53% di lettori tra gli 11 e i 14 anni. Il resto delle rilevazioni, per altre fasce di popolazione, non fanno ben sperare, se non, guarda caso, quando si parla di eBook con un consumo dei prodotti digitali che si sta «lentamente diffondendo».

Questo conferma da una parte l’incrocio di due mancanze tutte italiane: quella culturale (leggiamo pochi libri) e quella strutturale (la banda larga è ancora lontana dall’essere estesa in tutta la nazione, di quella ultralarga non parliamone nemmeno), ma dall’altra offre una speranza: che il digitale dia nuovo impulso alla lettura.

Internet è davvero nemico del diritto di autore?

Un altro aspetto trattato alla tavola rotonda e meritevole di approfondimento è stato proprio questo.

La Rete, questo piccolo, lento, motore di cambiamento che in Italia riesce a fare poco (siamo sempre il fanalino di coda per qualsiasi indicatore che monitori digital divide o digital skills) è un motore che però qualcosa riesce a muovere, molte cose stanno cambiando infatti.

Una su tutte: il diritto di autore. Per riprendere lo spunto offerto dalla tavola rotonda dell’ElbaBookFestival devo dire che sì, Internet ha cambiato anche questo e che sì ci sono altre forme per gestire il diritto d’autore.

Si chiamano “Creative Commons” e sono una serie di licenze che permettono agli autori di un’opera di indicare con quale licenza distribuire la loro opera. Ce ne sono diverse infatti e coprono tutte le esigenze, da quelle più rigide (tutti i diritti riservati) a quelle più morbide (come la possibilità di replicare l’opera, modificarla e usarla per scopi commerciali).

Un modo per tutelare la propria creazione subito adottato da social “media centered” come Flickr, ma presto scelto da molti per definire i limiti dentro i quali il materiale creato online (fotografie, blog post, video) possa essere veicolato. Permettendo così al singolo creatore dell’opera di proteggere come vuole il proprio lavoro.

Insomma non è proprio quel Far West che si lasciava intendere durante la tavola rotonda con frasi del tipo «Internet è una minaccia al diritto d’autore», perché appunto proprio là sono nati modelli alternativi per proteggerlo questo diritto. Certamente tutto è replicabile una volta trasformato in bit, ma lo è sempre stato.

Che poi ci sia la volontà di non voler prendere in considerazione nuovi modelli questo dipende dalle persone.

 

 

 

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