[Vademecum] Sull’importanza dell’incipit

- Perché chi ben comincia è a metà dell'opera -

di Redazione, 16 febbraio 2015

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«Per grandi libri solo grandi inizi». Se volessimo barricarci dietro a un inamovibile comandamento culturale che sa tanto di rivoluzione del pensiero, potrebbe incominciare così questo nostro articolo sugli incipit.
«Un incipit barcollante è spesso preludio di un finale terremotato» invece, sarebbe una soluzione più politically correct, carismatica al punto giusto, situata a metà tra un esibizionismo scrittorio poco riflettuto e quel sintomatico mistero che tanto piace.
Optando per l’attacco: «Chi con il libri ci lavora, capisce sempre e comunque dalle prime righe, se questi funzionano oppure no» avremmo condannato irrecuperabilmente il nostro pezzo all’autoreferenzialità, ancor prima di entrare nel vivo della questione.

Il preambolo di questo articolo sugli incipit serve a dimostrare che ogni testo può avvicinare il lettore in maniera diversa. Ogni periodo, ogni scelta narrativa, corrisponderà all’inizio del sentiero che l’autore intende farci percorrere. Quel sentiero, potrebbe, a sua volta, essere riscritto in molteplici, diversi e infiniti, modi.

Ma se è vero che quando si parla di frasi, testi e parole è (quasi) tutto lecito, è solo leggendo e studiando grandi modelli che si può iniziare a cogliere e a comprendere quei meccanismi che fanno di un attacco, un buon attacco (e di un testo, un buon testo).

Abbiamo selezionato per voi cinque differenti incipit d’autore. Cinque strategie e diversi punti di vista, lontani e vicini, onniscienti e omodiegetici, che hanno in sé la forza impalpabile, ma coinvolgente, di una struttura perfetta, spesso invisibile agli occhi del lettore ormai catturato dalla trama.


Chiedi alla polvere
, John Fante, 1939
«Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto».

Nell’incipit di Chiedi alla polvere non sappiamo chi stia parlando. Intuiamo che si tratti del protagonista, ma comunque non possiamo esserne certi. Del resto non ci vengono forniti né un nome né un cognome. Nessuna descrizione fisica. Non ci viene neppure detto perché l’uomo si trovi lì, «a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles». Eppure, senza accorgercene, siamo ormai dentro la storia: abbiamo già capito molto sul nostro personaggio, ne intuiamo lo stile di vita e l’estrazione sociale, il carattere e il temperamento, e ci sembra di conoscerlo da una vita. Fante fa quello che in fondo ci si aspetta dalla letteratura: dire le cose senza dirle veramente, e in questo tacito agire trascina il lettore con sé, sin dall’inizio.


Il giovane Holden
, J.D. Salinger, 1951
«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili».

Che la scrittura di Salinger sia di pregevole fattura è cosa nota, ma costruire l’attacco in prima persona e rivolgersi al lettore dichiarandosi apertamente contrari a entrare nei dettagli delle vicende del proprio passato, fa di lui un narratore molto abile e furbo: la rottura degli schemi e le parole che nessuno si aspetterebbe di trovare sono i suoi ingredienti segreti per catturare l’attenzione, ma anche per temporeggiare, dosando le informazioni e gli eventi, stuzzicando la voracità di chi legge.


La Storia
, Elsa Morante, 1974
«Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade».

Elsa Morante sceglie di iniziare la sua storia con un personaggio che potremmo definire a “doppio binario”. Così lontano, ma allo stesso tempo, così profondamente legato agli eventi della trama: il soldato-bambino che  metterà incinta la protagonista con la violenza. Un personaggio che, spogliato di ogni accessorio stilistico-affabulatorio, si dimostra espediente funzionalissimo per un incipit a effetto. Si tratta del fil rouge che l’autrice utilizza per introdurci nel cuore della vicenda vera e propria. Così seguiamo il ragazzo che, camminando per le strade di San Lorenzo, ci conduce dritti  a Ida Ramundo, e poi a suo figlio e a tutte le vicende che seguiranno, per poi scomparire dal mondo e dalla storia per sempre. Elsa Morante, quindi, lascia a un personaggio il compito di guidarci nel vivo del proprio romanzo.


Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides, 1993
«La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato».

La letteratura è il più grande serbatoio di idee dal quale si possa attingere e il cinema, questo, lo ha capito benissimo. Talvolta, in un’epoca come la nostra, assalita da immagini e spettacolo, è successo anche il contrario: che la letteratura abbia attinto dal grande schermo. Così, da Jeffrey Eugenides, veniamo informati degli eventi come fossimo abitanti del vicinato sconvolto dalla sciagura annunciata, siamo il telespettatore sul divano davanti alla notizia di nera, siamo tutti di fronte alla casa dove si è compiuto l’ultimo di una serie di suicidi che ha visto coinvolte le figlie dei Lisbon. Eugenides decide di iniziare la sua storia dalla fine per ripercorrere gli eventi a ritroso e prima ancora di rendercene conto, siamo già troppo occupati a capire, a scoprire come veramente siano andate le cose.


L’Armata dei Sonnambuli
, Wu Ming, 2014
«Adunchi come becchi di rapaci, arrossati dal gelo del mattino, bitorzoluti e tumefatti dal bere. Schiacciati da un colpo di piatto ricevuto servendo la patria o celebrando il dio Bacco. Storti da un pugno ben piazzato in una rissa tra cani che si contendono un osso, una moneta o la fessura d’una donna. Mozzati dal fendente di un creditore o di un assassino maldestro. Larghi e rubizzi, con narici enormi e cavernose. […] I nasi del popolo lo disgustavano».

Il romanzo dei Wu Ming è un ritratto corale dei fatti che hanno scandito la Rivoluzione francese. Nell’Armata dei Sonnambuli tra i protagonisti indiscussi troviamo la folla, la massa indistinta. L’inizio della narrazione coglie perfettamente l’essenza della moltitudine con una scrittura in grado di riprodurre la scena di una veduta aerea di facce anonime, accomunate però da un elemento tanto banale quanto diverso: il naso. Da una panoramica generale, si arriva dunque al particolare, dal particolare al singolo: un ulteriore ingrandimento ci permette di concentrarci sul personaggio che guarda i nasi, che osserva la folla. Un incipit stravagante quello dei Wu Ming, i quali, per questo inizio, si sono ispirati a Victor Hugo, a dimostrazione che lo studio dei modelli letterari e il recupero dei loro espedienti è cosa buona e giusta. Il loro è un attacco funzionale e rapido per accompagnare il lettore dal contesto macroscopico dell’ambientazione al fulcro microscopico della trama.

 

Pochi esempi e qualche osservazione per capire come tutte le storie contengano gli spunti funzionali alla creazione di altre storie e di come uno scrittore capace sia, prima di tutto, un lettore instancabile.

Quindi se non vi sentite soddisfatti e, a romanzo concluso, vi trovate inchiodati davanti al pc, con il cursore lampeggiante fermo alla prima riga del vostro manoscritto; se, sui fogli volanti, sui quali avete fatto scorrere fiumi d’inchiostro, siete ancora impegnati a cancellare e a riscrivere quelle prime venti righe che vi hanno concesso l’ispirazione, ma che, alla fine di tutto, risultano essere tra le meno convincenti, be’, allora fermatevi. Abbandonate qualsiasi attività e dirigetevi verso la vostra libreria. Sfogliate le prime pagine dei romanzi che preferite, leggete e rileggete, prendetevi tempo. E soprattutto non temete, siete di fronte a uno dei processi più difficili della nascita di un romanzo: il suo inizio.

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