[Varia] Aziende e redattori di tutto il mondo unitevi!

- Sulla breve distanza tra l'errore e l'orrore -

di Redazione, 13 ottobre 2014

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Durante l’estate 2014 è stato trasmesso a più riprese lo spot di una nota azienda alimentare italiana, che recitava così: «L’estate è dove accadono le cose». Escludendo che lo slogan in questione ambisse a divenire il manifesto di qualche movimento dalle velleità letterario-avanguardistiche, certi che la parola “estate” definisca un periodo temporale e non uno spazio fisico, possiamo affermare, senza dubbio alcuno, che tale motto fosse grammaticalmente errato.

A testimoniare questa diffusa abitudine alla sciatteria – come definirla altrimenti – in campo comunicativo, ci sono numerosi esempi, talvolta così gravi da renderci clementi persino nei confronti di quei sognatori che profetizzano l’esistenza di un luogo chiamato estate.

Partiamo dai classici errori grammaticali. Volendo stilare una rapida graduatoria dei più comuni, si va dalla mancata accentazione della terza persona singolare del verbo dare, all’assenza dell’h per la terza persona singolare del verbo avere – accento e h sono necessari per distinguere la voce verbale dalla preposizione semplice; dall’assenza di apostrofo nell’articolo indeterminativo femminile davanti a parola che inizia per vocale, imprescindibile, trattandosi di elisione, alla confusione tra s e z o tra gruppi composti da più consonanti – vedi gl e ll –, o ancora a virgole messe in posizioni fin troppo arbitrarie – da evitare assolutamente tra soggetto e verbo.

 

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Seguono poi errori meno gravi ma comunque degni di essere segnalati: d eufonica – ammessa ormai solamente per a ed e davanti a vocali simili, mai per o in quanto non alleggerisce, bensì appesantisce la catena fonica –, apostrofi al posto di accenti – usanza frequente per la terza persona singolare del verbo essere scritta in maiuscolo –, parole straniere entrate ormai nell’uso comune declinate secondo le regole della lingua d’origine – il plurale di forum rimane invariato e non diventa forums, così come fan e non fans, o ancora computer e non computers –, solo per fare alcuni esempi frequenti.

 

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Spesso, dunque, non importa il numero di grafici e pubblicitari che un’azienda vanta tra le sue fila: con refusi di questo tipo si rischia seriamente di salutare una grossa fetta di potenziali clienti, quella di chi conosce le regole della lingua italiana.

Se è vero che «verba volant» e «scripta manent», allora per un’azienda non esiste davvero niente di più sgradevole del trovare un refuso stampato irreparabilmente su migliaia di brochure pubblicitarie, di manifesti e di confezioni pronte per la distribuzione, o, peggio ancora, già arrivate tra le mani (e sotto gli occhi) di molti clienti.

 

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Se le indagini di mercato rivelano infatti che il consumatore è portato a scegliere quei marchi spesso graficamente più allettanti nella loro presentazione visiva, la cura formale di un prodotto trasmetterà inevitabilmente l’idea di un bene pensato e distribuito con attenzione, qualcosa di pregevole per cui valga la pena spendere.

Un pubblicitario può pensare a uno slogan, ma lasciarsi sfuggire alcuni errori. Un grafico può progettare marchi e loghi notevoli, ma non saper organizzare la struttura dei contenuti come invece sa fare un redattore editoriale. Così la proposta migliore del mondo che sia accompagnata da una serie di refusi si trasformerà all’istante in qualcosa da dimenticare, o peggio ancora, da ricordare con imbarazzo. Che vendiate case o mozzarelle, insomma, l’importante è che il vostro messaggio arrivi chiaro ma soprattutto corretto.

E allora: aziende e redattori di tutto il mondo unitevi nel tentativo di eliminare inutili refusi, ricordando sempre che tra l’errore e l’orrore il passo è breve.

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